Scisma Dem
Che succede nel Partito democratico
Vi do il benvenuto alla sessantesima puntata di Caffè Americano, la newsletter su politica, cultura e letteratura statunitense. Io sono Alessia Gasparini, sono un’americanista, comunicatrice digitale e podcaster. Tradurre il magico ma complesso mondo politico, storico e culturale degli Stati Uniti è lo scopo di questa newsletter. Godetevi il caffè di oggi, buona domenica!
I Democratici stanno andando incontro a una spaccatura interna?
A pochi mesi dal midterm, il Partito democratico sta attraversando una fase che forse non stupirà molti elettori italiani di centro e di sinistra: si sta spaccando. Non una cosa tipo correnti locali, come potevano essere i Dem del Sud di una volta (i cosiddetti Dixiecrats), piuttosto tra centristi conservatori e sinistra. No, dico. Sinistra. In America. Proprio quando pensavamo di averle viste tutte con Trump, eh?
Che i Dem stessero attraversando una crisi dopo la scuffia delle presidenziali del 2024 non è un mistero, anzi. Ormai i lettori di questa newsletter saranno saturi della teoria dell’opossum di cui abbiamo parlato tante volte. Mentre, però, l’establishment di partito faceva il possibile per mantenere lo stato di inerzia che, a detta di molti, avrebbe portato come per magia i Dem fuori dalla crisi, i democratic socialists hanno iniziato a prendersi più spazio, soprattutto in seguito all’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. Più che altro, incredibili effetti speciali, sembrano avere dei programmi! Dei piani! Degli obiettivi! Tutto quello che le persone non avevano ravvisato in Kamala Harris insomma.
Commentando il caso di Graham Platner in Maine, il candidato Dem al Senato che si è dovuto ritirare in seguito a una serie di accuse di abusi sessuali, la consulente politica Amanda Litman ha dichiarato durante una puntata del podcast Pod save America che questo è quello che succede quando il partito gioca a fare il kingmaker, una sorta di burattinaio. Litman critica la scelta di aver selezionato Platner a tavolino, con l’unico scopo di fargli fare il senatore, e sottolinea come invece i politici di maggiore successo siano stati quelli a cui nessuno dava un soldo di fiducia. Un esempio? Barack Obama, che quando divenne senatore dell’Illinois era praticamente sconosciuto (e sull’orlo di lasciare la politica), salvo poi diventare il primo presidente Nero della storia statunitense. D’altronde, le primarie di partito hanno iniziato la loro storia di passaggio obbligatorio pre elettorale proprio per questo motivo: il meccanismo per cui è il partito che decide non funzionava più (e era il 1968). Certo, Platner alle primarie lo hanno votato gli elettori. Ma Litman sostiene che in molti lo abbiano scelto perché sembrava l’unica possibilità per arginare i Repubblicani, non per una particolare affinità con il personaggio in sé.
Per cui, non stupisce che ora tutti gli occhi siano puntati sul Michigan, dove il 4 agosto si terranno le primarie Dem sempre per selezionare chi dovrà correre per il Senato il prossimo novembre. Ricordiamo che ora il Partito democratico è sotto in entrambe le Camere: se per quella bassa sembra quasi certo il ribaltone, per il Senato guadagnare i tre seggi che servono a assicurarsi la maggioranza è un’impresa più ardua.
Che succede quindi in Michigan? Succede che la candidata dell’establishment Dem, Haley Stevens, se la deve seriamente vedere con il candidato radicale Abdul El-Sayed, che ha già ricevuto l’endorsement, tra gli altri, di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. El-Sayed viene da un sobborgo (ricco) di Detroit ed è figlio di genitori egiziani migrati in America. Nel 2007 fu l’ex presidente Bill Clinton in persona a incoraggiarlo a fare politica dopo averlo ascoltato pronunciare un discorso alla University of Michigan. Sostenitore (tra le altre cose) della sanità pubblica, della Palestina e del definanziamento dell’ICE, se la deve vedere con Stevens che tiene posizioni opposte, ma non sovrapponibili a quelle del Partito repubblicano. Ohibò, è forse un terzo partito quello che vedo? Non proprio, almeno tecnicamente, visto che El-Sayed corre con i Dem e, almeno al momento, non ha nemmeno una dichiarata affiliazione ai Democratic Socialists of America (DSA). Però però.
Questa venuta alla ribalta di una parte politica che finora era stata a dir poco marginale nel panorama statunitense sta destabilizzando parecchio. Come testimonia l’editoriale scritto da David Brooks su The Atlantic, in cui l’autore (che si definisce Repubblicano moderato) intima al Partito democratico di tornare in sé e di ricordarsi come ha fatto a diventare influente: combattendo non contro i Repubblicani, bensì contro la sinistra. Con toni quasi da maccartismo in cui Brooks avverte che il comunismo è alle porte e minaccia più che mai gli Stati Uniti, l’autore ricorda i tempi in cui Hubert Humphrey aveva dovuto lottare contro la stessa minaccia (e ci tiene a dirci che aveva anche un suo poster appeso in camera). Addirittura si lancia in una critica alla rivista socialista Jacobin, rimarcandone la pericolosità a partire dal nome scelto, quello dei giacobini della Rivoluzione Francese, che secondo lui sarebbe foriero di sanguinarie intenzioni. Non lo so David. E se, invece, l’establishment Dem si trovasse di fronte a una scelta: evolversi o perire sotto i colpi di questo (molto depotenziato, per gli standard europei) spettro del comunismo/socialismo?
Una cosa sarebbe bene prenderla seriamente in considerazione, vista la difficoltà delle prossime tornate elettorali (con Trump che continua a dire che si candiderà per un terzo mandato, non si sa ancora come): il Partito democratico non convince più come una volta. Per citare Joan Didion: il centro non reggerà. Quelli che una volta erano i giovani, cioè i miei compagni di generazione millennial, ora sono una grande fetta dell’elettorato, e non subiscono il fascino del centrismo che aveva incantato i loro genitori. Una generazione disastrata, che dalla politica e dal modo di vivere di quella precedente non ha ereditato altro che schiaffoni, ora vuole vedere cosa hanno da dire i nostri coetanei. Il caso del Michigan è particolare, perché sia Stevens che El-Sayed sono millennial. Eppure, mentre il secondo incantava Clinton parlando contro i conflitti portati avanti in Medio Oriente dall’allora presidente George W. Bush, l’altra si occupava di salvare le industrie automobilistiche locali. Questo midterm ci potrebbe far scoprire che negli Stati Uniti, adesso, esiste una sinistra molto più europea di quella nostrana. Anzi, potremmo anche solo dire che esiste una sinistra che si occupa dei bisogni e delle necessità di tutti e tutte. Potrebbe essere l’affermazione del nuovo sogno americano collettivo, quello già proposto da Mamdani e AOC, basato non sull’iniziativa privata, ma sul farcela tutti per farcela insieme. E, a proposito di AOC, l’ultimo sondaggio dell’University of New Hampshire Survey Center la predice in testa alle primarie per le presidenziali del 2028, con quello che doveva essere il favorito, Gavin Newsom, solo quarto (e Kamala Harris sesta).
Un sogno, vero? Speriamo solo di non svegliarci tutti sudati.
Al prossimo caffè!


