Voting Rights chi?
Stanno succedendo cose gravi che riguardano il diritto di voto
Vi do il benvenuto alla cinquantottesima puntata di Caffè Americano, la newsletter su politica, cultura e letteratura statunitense. Io sono Alessia Gasparini, sono un’americanista, comunicatrice digitale e podcaster. Tradurre il magico ma complesso mondo politico, storico e culturale degli Stati Uniti è lo scopo di questa newsletter. Godetevi il caffè di oggi, buona domenica!
Gerry is back, goodbye Voting Rights Act
Justin Jones è uno dei deputati della Camera dei Rappresentanti del Tennessee, il secondo più giovane (è nato nel 1995). Il 7 maggio ha dato fuoco a una bandiera Confederata nella rotunda del Campidoglio statale. Il motivo? Protestare contro la nuova mappa dei distretti elettorali, che cancellerà il nono distretto, a maggioranza Nera. Come spiega qui la storica Heather Cox Richardson, la città di Memphis è stata spaccata in tre pezzi, che sono stati uniti ai sobborghi a maggioranza bianca: in questo modo, tutti i distretti elettorali sono ora a maggioranza Repubblicana.
Questo è uno dei primi effetti della sentenza della Corte Suprema (che chiameremo anche con il suo acronimo, SCOTUS) Louisiana v Callais, pronunciata il 29 aprile scorso. In sintesi, viene limitato l’utilizzo del fattore razziale nel disegno dei collegi elettorali, ma non nel senso che forse starete pensando. Il giudice Samuel Alito ha spiegato che le motivazioni razziali sono ammissibili solo quando è dimostrabile «la discriminazione intenzionale e concreta rispetto al voto», cioè praticamente mai. Ora, le minoranze non potranno più contestare le situazioni in cui il gerrymandering viene usato contro di loro, perché provare che questo viene fatto per motivi discriminatori legati al colore della pelle sarà quasi impossibile. Come si distingue praticamente uno Stato che vuole ridisegnare i collegi per favorire il Partito repubblicano, da uno che vuole annientare la possibilità dei suoi elettori afroamericani di nominare dei rappresentanti che gli corrispondano? Esatto, non si può. Come ricorda il giornalista Vann N. Newkirk II su The Atlantic, non è che le leggi Jim Crow sulla segregazione razziale in vigore prima del Voting Rights Act (VRA) del 1965 utilizzassero un linguaggio che se la prendeva in modo inequivocabile con i Neri. Anzi, erano apparentemente neutre dal punto di vista razziale, così che nessuno potesse accusarli di violare la clausola dell’Equal Protection del XIV Emendamento o tutto il XV Emendamento. Praticamente un salto indietro al 1896, quando il giudice Henry Billings Brown si espresse in merito alla tristemente famosa formula «separati ma uguali» nella storica sentenza Plessy v. Ferguson. In sintesi, Billings Brown riteneva che tenere a distanza i cittadini afroamericani non andasse in alcun modo contro il XIV Emendamento, e che anzi non esistesse affatto alcun tipo di segregazione.
Facciamo un breve recap sugli emendamenti che abbiamo citato: entrambi fanno parte dei cosiddetti emendamenti della Ricostruzione (insieme al XIII), cioè quelle aggiunte fatte alla Costituzione dopo la fine della Guerra Civile e l’abolizione della schiavitù. Il XIV Emendamento si occupa del diritto di cittadinanza e dell’eguaglianza di fronte alla legge, mentre il XV si occupa del diritto di voto, tutti e due con l’obiettivo di abolire la discriminazione razziale. Nel XIV, in particolare, è contenuta la cosiddetta Equal Protection Clause, cioè una parte della Sezione 1 in cui si ribadisce che tutti debbano essere considerati uguali di fronte alla legge. Questa clausola è stata alla base, ad esempio, della storica sentenza della SCOTUS Brown v. Board of Education of Topeka del 1954, che prevedeva la desegregazione delle scuole pubbliche nel distretto di Topeka, appunto, oppure della sentenza del 2015 Obergefell v. Hodges che dichiarava legali i matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Non vi voglio rintronare con tutti questi nomi di sentenze (e, spoiler, non abbiamo ancora finito), ma sono fondamentali perché spesso ci si riferisce a queste sentenze chiamandole per nome o parte dello stesso. Questo perché, ricordiamo, negli USA vige un sistema di common law, cioè dove le sentenze delle corti hanno anche valore giurisprudenziale. Non vi fate intimidire: una volta che entrate nel flow è tutto chiaro, e ve lo dice una che a Diritto Privato ha preso 18 (unico della mia carriera accademica, ma salutato con gioia).
Ma come siamo arrivati alla Louisiana v Callais? Tutto è cominciato nel 2022 con il caso Robinson v. Landry: i querelanti si opponevano alla nuova mappa elettorale HB1 in Louisiana, modificata in modo da includere solo un distretto a maggioranza Nera sui sei totali a disposizione dello Stato. Questo, ci ricorda Vox, in barba al censimento del 2020, che aveva registrato il 33% degli abitanti come Neri. Ricordiamo che il censimento sarebbe il momento giusto per ridisegnare correttamente i collegi, perché in teoria si dovrebbe tenere conto dell’evoluzione della popolazione dello Stato e assicurare così un’adeguata rappresentanza. In teoria. Alla fine, viene scelta la mappa SB8 (che era, guarda un po’, quella proposta dai Repubblicani e dal governatore MAGA Jeff Landry), la quale aggiungeva un secondo distretto Black alla mappa. Non paghi, però, un gruppo di cittadini non Neri protesta perché la mappa, sentite un po’, rappresentava una discriminazione nei confronti dei bianchi, perché l’unico motivo di modifica dei distretti era di natura razziale. La cosa va avanti fino ad arrivare di fronte alla Corte Suprema nella forma della Robinson v. Landry. Già nel 2019, la SCOTUS aveva deciso che non aveva l’autorità per bloccare le azioni di gerrymandering, a meno che non ci sia prova chiara che lo si sta facendo per discriminazioni strettamente legate a motivi razziali. Nella Robinson v. Landry, il giudice Alito ha affermato che la difficoltà che si trova nell’individuare le discriminazioni razziali nei provvedimenti è sinonimo di un superamento delle stesse. Quindi, come scrive Newkirk II, il giudice riconosce l’esistenza delle discriminazioni, ma allo stesso tempo fissa dei criteri praticamente impossibili per dimostrarne l’esistenza e fare di conseguenza qualcosa in merito. Per questo il Voting Rights Act era stato una legge che ha fatto la storia: era da considerarsi a tutti gli effetti un completamento della Dichiarazione d’Indipendenza, che riporta la dicitura «tutti gli uomini sono creati uguali», riferendosi però in origine solo agli uomini bianchi, possibilmente anglosassoni e protestanti. Con l’emanazione del VRA nel 1965, in Mississippi si passò dal 7% dei votanti Neri inseriti nei registri elettorali, al 60% di due anni dopo. La Sezione 2 proibisce il divieto di voto su base razziale, mentre la Sezione 5 prevede delle regole speciali per le jurisdictions con precedenti di discriminazione, le quali devono chiedere il consenso del governo federale per poter variare le proprie leggi elettorali. La sentenza del 29 aprile va a colpire, ultima di una lunga serie, questa legge storica per cui tantissimi afroamericani hanno lottato e, in alcuni casi, perso la vita, lasciandola sì in piedi, ma come un guscio vuoto.
La Robinson v. Landry non è robetta da poco per gli appassionati del genere: potrebbe avere delle conseguenze gravissime sull’accesso al voto delle minoranze e, di conseguenza, anche per i Democratici. Un report di Fair Fight Action e Black Voters Matters riportato da Vox suggerisce che fino a 19 seggi della Camera potrebbero essere flippati (cioè, cambiare partito) al Partito repubblicano dopo il ridisegno dei collegi su base razziale sdoganato da questa sentenza. Già se ne vedono le prime conseguenze in Virginia, dove la mappa elettorale di “gerrymandering difensivo” proposta dai Democratici è stata bloccata dalla Corte Suprema statale, nonostante fosse stata approvata dagli elettori tramite referendum. In questo caso, la decisione della Corte non ha motivazioni prettamente razziali, ma accusa i Democratici di aver assegnato 10 seggi su 11 al suo partito, invece dei 6 attuali, e che il voto referendario non avrebbe rispettato i giusti tempi.
Per Donald Trump e il suo partito le cose non si mettono tanto bene, in vista del midterm del prossimo novembre, e invece di fare campagna elettorale, il presidente ha deciso di applicare la sua politica da bullo anche alle elezioni: invece di guadagnare voti, facciamo che ridisegnamo le mappe elettorali come ci pare e ci assicuriamo i distretti che ci servono in questo modo. Dopo il caso del Texas e la risposta della California (di cui abbiamo parlato in questo Caffè), ora si preparano a fare “gerrymandering offensivo” in Tennessee, Alabama, South Carolina e, ovviamente, in Louisiana. Praticamente, perché vincere quando puoi far perdere gli altri?
Al prossimo caffè!


